Marinella Fiume

Marinella Fiume è nata a Noto (Siracusa). E' docente di Italiano e Latino nei licei.
Laureatasi in Lettere (indirizzo classico) presso l’Università di Catania con una tesi di Letteratura italiana sotto la guida del prof. Carlo Muscetta, ha insegnato Materie Letterarie presso gli Istituti Tecnici e Italiano e Latino nei Licei. Ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca di Letteratura Italiana. Recentemente svolge la funzione di Supervisore di tirocinio presso la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario (SISSIS) dell’Università di Catania. È socia della Società Italiana delle Storiche e della Società italiana delle Letterate. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni scientifiche di critica letteraria ed etno-storiche. Nel 1997, ha ricevuto il premio “Franca Pieroni Bortolotti” indetto dal Comune di Firenze e dalla Società Italiana delle Storiche nell’ambito del “Progetto Donna” per un saggio inedito; nel 1999 un riconoscimento da parte delle Soroptimist International - Sezione di Catania; nel 2001, il premio “Rosa Balistreri” indetto dalla sezione di Giardini Naxos (Messina) della FIDAPA; nel 2001 il premio “Kaliggi d’oro” alla cultura organizzato dal Comune di Gaggi (Messina) in collaborazione con l’International University Union O.S.J (edizione 2001); nel 2001, con il suo primo romanzo inedito, si è piazzata tra i primi quattro finalisti ex equo del premio “Palazzo al Bosco” (Firenze). he, atti giudiziari, che consentono di mettere a fuoco il contesto del dramma: il “disordine” della famiglia contadina siciliana e la politica familiare del fascismo. Squisitamente letterari sono, invece, l’impianto narrativo e il linguaggio: la storia di una bambina, segnata dalla diversità già nel nome e travolta dall’assurda banalità del male, comunica una profonda impressione anche per l’efficacia e la profondità con cui sono tratteggiati i personaggi che balzano vivi dalle pagine, uscendo dal coro che commenta ai margini.

“Celeste Aida – Una storia siciliana”

Anno 1933, XI dell’era fascista. In un Villaggio siciliano, un ventenne commerciante di vini uccide la cognatina di cinque anni seppellendola viva. La relazione adulterina con l’ancor giovane suocera e la paura che la bambina possa rivelarla al padre emigrato in America, induce i due amanti a liberarsi della scomoda testimone. Al processo, la difesa della donna ha buon gioco nell’affermare la non punibilità per il reato di adulterio, mancando la querela del coniuge offeso. Così, si condanna a morte il giovane “debosciato”, assolvendo la madre per insufficienza di prove anche dell’imputazione di procurato aborto, che il Codice Rocco punisce severamente, in quanto sovvertitore della famiglia e perciò, come l’adulterio, reato contro lo Stato.
Il romanzo ricostruisce la torbida vicenda familiare da cui scaturì l’esecuzione capitale attraverso i cunti dei cantastorie, fonti orali e giornalistiche, atti giudiziari, che consentono di mettere a fuoco il contesto del dramma: “il disordine” della famiglia contadina siciliana  e la politica familiare del fascismo. Squisitamente letterari sono, invece, l’impianto narrativo ed il  linguaggio: la storia di una bambina, segnata dalla diversità già nel nome e travolta dall’assurda banalità del male, comunica una profonda impressione anche per l’efficacia e la profondità con cui sono tratteggiati i personaggi che balzano vivi dalle pagine, uscendo dal coro che commenta ai margini.