Emma LaSpina  2° incontro

Una storia vera.

La lotta coraggiosa di una ragazza contro il destino a cui vorrebbero inchiodarla.

 

"Mille volte niente"

 

“Sono sola, indifesa, seduta su una panchina di una piazza qualsiasi. Conosco a stento il mio nome, nulla delle persone di cui brulica la città. Un’aliena proveniente da un altro pianeta, depositata sulla terra, in un posto a caso. Il mio pianeta è quello degli istituti per bambini abbandonati.”

“Ho scritto spinta da un autentico bisogno interiore. Le mie vicende sembrerebbero accadute in un passato lontanissimo, oppure in paesi remoti e imperscrutabili, e invece non è così. Possono sembrare invenzioni, eppure è tutto terribilmente vero. Ho cambiato i  nomi dei personaggi, quasi tutti ancora viventi. Solo il mio nome non ho cambiato, il nome che mi fu imposto. Quel nome è la bandiera della mia sofferenza e della mia riscossa. Ho scritto tutto questo per spalancare porte per troppo tempo rimaste chiuse, per illuminare camere buie, per fare crollare muri cementati con l’indifferenza e l’ipocrisia. Ma soprattutto, ho scritto tutto questo perché non sono riuscita mai a urlarlo prima. Sono una delle mille bambine in silenzio nelle grandi stanze di un istituto.”

    

 

Non è facile parlare di un libro quando sai già che si tratta di un’autobiografia. E diventa ancora più complicato farlo quando è un’autobiografia del dolore.
Perciò, per una sorta di discrezione, cerco elementi a latere. La casa editrice, ad esempio, la Piemme, nel cui catalogo trovano ampio spazio titoli che hanno come soggetto bambini o donne maltrattate, problemi sociali di abbandono e di femminilità violata. E poi la copertina, un ritratto di donna in primo piano sul buio fitto, un volto a metà, spezzato, dimezzato, proprio come la copertina del primo libro “Il suono di mille silenzi” aveva il volto a metà di una bambina.
Perché la donna di “Mille volte niente” non può avere un’identità completa, perfettamente costituita nel profondo proprio perché è stata una bambina dall’identità disorganica.
Sono stati molti gli studiosi che hanno parlato del “bambino deprivato” nei decenni scorsi, e che si sono soffermati nel comprendere che adulto è diventato un bambino privo del “contenimento affettivo” dei genitori o di figure di riferimento.
E leggendo il libro di Emma La Spina ci si trova davanti ad una “donna bambina”, una ragazza che ha dovuto inventarsi il mondo, o perlomeno cercare di comprenderlo quando le sue coetanee avevano già imparato a farlo.
E poi ci sono i personaggi, quelli talmente distratti e lontani da non avere neanche un volto, quelli familiari dai nomi dolci ed evocativi (la sorella amata e invidiata in modo così struggente ha un nome aristocratico e musicale: Clotilde), e quelli impressi nella lava ma che vivono solo con il proprio cognome. Nessun nome per Bossi, il carnefice, la cui violenza non ha alcuna profondità: è male di una banalità sconcertante, male fisico e psicologico, ma di una drammatica elementarità, limitato, rozzo. Eppure così male, così profondamente male da impregnare di terrore ogni singola cellula del corpo e della mente di Emma. Non è neanche possibile accostarlo ad un altro terribile carnefice, l’usuraio del racconto “La mite” di Dostoevskij, che si ferma a riflettere dopo il suicidio della giovane donna che aveva tratto in schiavitù, distruggendola fisicamente e psicologicamente. In Bossi non c’è alcuna riflessione, non esiste un pensiero.
E poi c’è un altro cognome scolpito nella lava rovente: Arena, l’ispettore che assolve al ruolo di un sostituto paterno, che ascolta, si prende cura, protegge, risolve. Due cognomi, due ruoli che si fronteggiano specularmente: l’uno che usa la forza per sottomettere, isolare, svilire, umiliare, violentare; l’altro che si serve della forza per ridare dignità, luce, speranza. 

Non uno scavo psicologico dell’io che riflette su se stesso, dunque, ma un dipanarsi di storie a cui è affidato il compito di raccontare, pur nella prima persona del narratore, il mondo interiore di una donna a cui è stata negata la possibilità di scegliere, di crescere, di sentirsi amata e protetta. Una donna che ha bisogno di scrivere e di raccontarsi, che ha bisogno di tempo e di pensieri per sciogliere il proprio dolore. Un dolore che ciascun lettore prende a manciate e mette nelle proprie tasche, perché sia a lei più leggero.

Anna Pavone